Per il 57% dei giovani (18-30), una violenza fisica o sessuale non è gravissima.
… e inoltre: 1 donna su 2 ha vissuto, direttamente o indirettamente, una forma di violenza, 1 su 4 ha subito violenza fisica, 1 su 5 violenza sessuale, 1 su 3 violenza psicologica e 1 su 5 violenza economica.
Sono i risultati emersi dalla ricerca che CADMI ha realizzato insieme a Differenza Donna in collaborazione con la società di consulenza Bain&Company.
Il dato che colpisce di più è quello relativo alla percezione della gravità.
Solo il 25% del campione reputa estremamente gravi la violenza psicologica ed economica, e solo il 50% quella fisica e sessuale. Il 57% dei giovani tra i 18 e i 30 anni non considera poi così grave una violenza fisica o sessuale.
Questi numeri ci mostrano che la violenza è sottovalutata, minimizzata, normalizzata, persino giustificata.
Solo il 35% del campione ritiene che uno spintone o uno strattone siano estremamente gravi, solo il 20% valuta in questo modo il controllo delle finanze di coppia da parte di uno solo dei due partner, e solo il 15% la gelosia ossessiva o le critiche reiterate all’aspetto fisico dell’altra persona. Per il 25% del campione – e per il 30% dei giovani – uno stupro all’interno di una coppia non è estremamente grave.
La ricerca è stata condotta intervistando 1000 persone e 10 HR manager rappresentativi di 35.000 dipendenti, sui temi della violenza fisica, psicologica, economica, sessuale, stalking, molestie.
L’obiettivo era scattare una fotografia della percezione pubblica della violenza maschile contro le donne, ma anche comprendere quali azioni possono essere intraprese dalla collettività per contribuire alla sua eliminazione.
La prima certezza è che la conoscenza varia a seconda del tipo di violenza: mentre il 55% del campione pensa di conoscere la violenza fisica e sessuale, solo il 28% identifica quella psicologica ed economica – le forme più “subdole” – e il dato si abbassa ulteriormente tra i giovani.

Nel mondo del lavoro la violenza si dimostra presente e pervasiva. L’80% degli intervistati e delle intervistate considera piuttosto frequenti gli episodi di molestie, discriminazione e violenza in ufficio. Il 70% li valuta gravi, ma la maggioranza normalizza comportamenti come commenti misogini o l’assegnazione di attività poco rilevanti alle donne, e solo 1 persona su 2 ritiene estremamente grave sminuire il successo femminile.
In questo quadro di scarso ascolto e scarsissima consapevolezza non stupisce che le donne spesso tacciano. Hanno paura – o sarebbe meglio dire sanno – che non saranno credute. 1 donna su 3 non reagisce se non parlando con amiche e conoscenti. Poche si rivolgono al Centro Antiviolenza per un supporto: solo il 26% in caso di violenza fisica, il 17% in caso di violenza sessuale e il 14% in caso di violenza psicologica.
La ricerca ci consegna un quadro sconfortante, che però non ci stupisce. La violenza si conferma un fenomeno strutturale, sistemico, trasversale. Non un’eccezione, ma la regola: la regola di un sistema di potere patriarcale.
Di fronte a tutto questo, la responsabilità è collettiva e lo sforzo per uscirne deve essere di tutte e tutti, a partire dai contesti sociali, là dove l’informazione, la formazione, la presa di parola pubblica possono diventare strumenti di cambiamento potenti. Dobbiamo creare un’alleanza tra istituzioni, mondo delle imprese, società civile, che renda il supporto alle donne visibile, accessibile, concreto.
Il perno di questo sistema di supporto alle donne devono essere i Centri Antiviolenza, come luoghi specialistici di accoglienza, ascolto e affiancamento distribuiti su tutto il territorio nazionale (solo quelli della rete D.i.Re – di cui CADMI fa parte – sono oltre 100) che mettono al centro di ogni progetto di uscita dalla violenza la libertà di ciascuna donna.