La violenza contro le donne è anche violenza contro i loro figli e figlie
Il 2 aprile 2025 CADMI ha organizzato un convegno presso l’aula magna del tribunale di Milano sul tema La tutela penale e civile dei minori nei casi di violenza contro le donne.
L’obiettivo dell’evento era evidenziare l’importanza della questione e favorire un dialogo produttivo tra i soggetti – anche istituzionali – che, a diverso titolo e con differenti strumenti e prospettive, se ne occupano.
Il dibattito ha sollevato alcune questioni importanti.
La bigenitorialità: un diritto di chi?
Il principio della bigenitorialità, introdotto dalla legge 54/2006, afferma il diritto del minorenne a mantenere una relazione significativa con entrambi i genitori.
È importante sottolineare che nei casi di violenza domestica questo principio rischia di diventare uno strumento in mano agli uomini violenti: un ulteriore mezzo di vittimizzazione secondaria delle donne e dei loro figli e figlie.
Come ci dicono i racconti delle donne, è facile che, agli occhi del maltrattante, il diritto a esercitare in modo paritetico la responsabilità genitoriale diventi una legittimazione: forte del suo “diritto di padre”, l’uomo finisce per sentirsi autorizzato a portare avanti comportamenti abusivi e controllanti.
La riforma Cartabia, in linea con la Convenzione di Istanbul, ha istituito un apposito processo volto anche a tenere in considerazione la violenza domestica nelle decisioni di affidamento dei figli e delle figlie.
GREVIO – il Gruppo di esperti ed esperte indipendenti istituito per monitorare l’attuazione della Convenzione di Istanbul – nel suo primo report di valutazione, del 13 gennaio 2020, ha richiamato l’Italia alla più corretta applicazione dell’articolo 31, per aver fatto spesso prevalere il principio della bigenitorialità sulla sicurezza delle donne e dei minori, e ha sollecitato il Paese a una maggiore attenzione alla violenza nel determinare i diritti di custodia dei figli e delle figlie.
Eppure, ancora molti (troppi) operatori e operatrici antiviolenza agiscono nella convinzione che il genitore violento, a prescindere, sia in grado e abbia il diritto di esercitare funzioni genitoriali utili per il bambino.
Questa visione riflette la stessa logica della bigenitorialità dogmatica a cui vengono sacrificati la sicurezza e il benessere dei e delle minori e delle loro madri.
Gli effetti della violenza sulle bambine e i bambini
Violenza assistita è, secondo la definizione del CISMAI – Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e Abuso all’infanzia – qualsiasi atto di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica compiuta su una figura di riferimento o su altre figure significative, adulte o minori.
I minori che vivono in famiglie dove qualcuno agisce violenza sperimentano sempre la violenza assistita. Un vissuto che, secondo la comunità scientifica internazionale, può produrre su di loro un trauma equivalente a quello di un maltrattamento subito direttamente. Respirando un clima di tensione quotidiano, si trovano in stati di sofferenza che condizionano la loro crescita, e ben prima che possano comprendere e spiegarsi ciò a cui sono esposti.
È accertato, infatti, che la violenza assistita può iniziare già in gravidanza, aumentando il rischio di parti pretermine, complicazioni e danni per il nascituro.
I più piccoli non distinguono tra emozioni interne ed esterne, per cui la paura che vedono negli occhi della madre diventa la loro stessa paura. Questo crea un paradosso doloroso: hanno bisogno di conforto e protezione da parte della stessa persona che, suo malgrado, genera in loro angoscia. Una contraddizione che può avere effetti profondi sul loro sviluppo emotivo e relazionale.
Le conseguenze si manifestano spesso nella relazione con la madre stessa, con la quale questi bambini e bambine tendono a volte a riprodurre le modalità di comunicazione svilenti e aggressive apprese dal padre. Ma si vedono anche fuori dalla famiglia, ad esempio a scuola, dove possono mostrare comportamenti violenti, difficoltà di socializzazione o di apprendimento.
Ragazzi e ragazze cresciuti in contesti di abuso, inoltre, hanno purtroppo una probabilità più alta di replicare dinamiche violente nelle loro relazioni sentimentali, spesso fin dall’adolescenza.
È possibile tutelare i figli e le figlie, se intanto si vittimizzano le madri?
Nei casi di violenza domestica, troppo spesso le madri vengono accusate di trasmettere ai propri figli e figlie un sentimento negativo verso la figura paterna. Contro di loro viene agita una vittimizzazione secondaria che le porta a essere ritenute responsabili dell’abbandono, da parte dei minori, della relazione col padre.
Le donne che vivono situazioni di violenza si ritrovano così regolarmente sul banco degli imputati, soprattutto rispetto alle loro capacità genitoriali. E non solo: si chiede loro di farsi carico della relazione tra padri e figli e figlie (per esempio accompagnandoli agli incontri in spazio neutro).
Se si oppongono, vengono ritenute ostacolanti (la famigerata PAS – l’inesistente “sindrome da alienazione parentale” – è stata sconfessata a parole, ma persiste nella mentalità di molti, anche definita con altri termini).
Se restano in una situazione violenta, sono accusate di non essere tutelanti.
Se denunciano, sono strumentali.
Se non denunciano subito, non sono credibili.
Molte devono attraversare lunghi percorsi giudiziari nei quali ogni loro azione viene osservata meccanicamente, senza che siano indagate le cause della difficoltà a uscire dalle relazioni maltrattanti e le sue intrinseche connessioni con la violenza stessa.
Provvedimenti come quelli previsti dall’articolo 403 del Codice civile finiscono per colpire proprio la madre che chiede protezione, con il possibile effetto paradossale di limitare la sua responsabilità genitoriale, invece di rafforzarla mentre si attiva per tutelare i figli.
In tutto questo, la violenza tende a scomparire, confusa con il “conflitto”, mentre le due parti – il padre che agisce violenza e la madre che si trova costretta a viverla – vengono messe sullo stesso piano. E i bambini e le bambine restano scarsamente tutelati.
E loro, cosa dicono?
La legge Cartabia prevede il diritto del minore a essere ascoltato nei procedimenti che lo riguardano, anche nei casi di violenza domestica, in linea con la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Ma la distanza tra la norma e la pratica resta ampia. Nelle aule dei tribunali vediamo prevalere una logica adultocentrica: per l’ascolto mancano risorse dedicate, figure ausiliarie, competenze specifiche, a volte la volontà stessa da parte delle istituzioni. Il risultato è che i bambini restano inascoltati, pur essendo profondamente coinvolti.
Cosa significa ascolto per CADMI – Cristina Carelli, Coordinatrice generale CADMI
Ascoltare significa restituire credibilità all’esperienza e al racconto di chi ci proponiamo di ascoltare, mettendo al primo posto il bisogno che esprime attraverso le sue parole e i suoi agiti, senza attribuirvi interpretazioni personali e che nulla hanno a che fare con il suo reale sentire.
Come per l’ascolto di una donna, solamente attraverso il riconoscimento, la comprensione, il rispetto delle emozioni e dei loro tempi è possibile dar luogo ad un rapporto di comunicazione e di fiducia tra adulti e bambine/i.
Sappiamo bene che anche l’azione di ascoltare, come qualsiasi dinamica relazionale, è condizionata dalla cultura in cui siamo immerse/i.
CADMI ha un’idea chiara e netta su quanto le relazioni personali siano condizionate da una concezione patriarcale dei rapporti: pesi differenti nello spazio di parola, asimmetria dovuta a ruolizzazioni derivanti da stereotipi di genere, visioni dell’interlocutore o dell’interlocutrice fortemente segnate da pregiudizi, doppio standard e doppia morale.
Il patriarcato ha assegnato all’uomo un ruolo di privilegio sia nella relazione con la donna, considerata a tutti gli effetti alla stregua di un “minore”, sia nella relazione con i bambini e le bambine.
Il concetto di “minorità” riferito sia alle donne sia all’infanzia, purtroppo, nella società patriarcale, assume un significato più ampio, riferito a una “non attendibilità” che induce il mondo degli adulti a non prendere realmente in considerazione il punto di vista delle bambine e dei bambini.
Siamo convinte che riferirsi al diritto alla bi-genitorialità in modo rigido, a prescindere dal tipo di genitore a cui si fa riferimento, serva più a non ledere il diritto degli adulti che a mettere al centro dell’attenzione il contenuto di un reale ascolto dei minori alla base delle scelte che si fanno.
I minori non desiderano stare nel disagio, non vogliono continuare a soffrire, vorrebbero genitori protettivi, vorrebbero stare tutti insieme ma a condizione di non soffrire più.
Chi dice il contrario non ha proposto ai bambini e ai ragazzi una reale alternativa possibile, un contesto da costruire insieme in cui stare bene e vedere rispettato il loro diritto ad essere considerate/i persone a tutti gli effetti, con una capacità di dire per sé e di essere credute/i.
Un uomo violento può essere un buon padre?
Chi lavora in un Centro Antiviolenza sa quanto questa convinzione sia radicata, talvolta anche nelle stesse donne che vivono la violenza. “Però è un buon padre” è una frase che sentiamo dire spesso. Ma un violento, può davvero esserlo?
La riforma Cartabia è esplicita: nel valutare le decisioni sull’affidamento dei figli, è necessario tenere conto della violenza subita da uno dei due genitori. Perché un uomo violento non può essere considerato un buon genitore. Non solo ha esposto i figli alla violenza assistita, se non addirittura diretta, ma ha anche veicolato un modello educativo distorto.
Eppure, può accadere che un uomo venga allontanato dalla madre con una misura cautelare per maltrattamenti, ma continui a vedere i figli e le figlie, magari in spazio neutro. Come se il pericolo valesse solo per lei. In molti casi, i provvedimenti sembrano rispondere più alla logica di salvaguardare la “famiglia” come istituzione, che non all’interesse del o della minore. Avere un padre, però, non è di per sé una garanzia di crescita equilibrata.
E quindi, cosa facciamo?
In questo scenario, tre risposte, oggi, ci sembrano fondamentali.
Formazione
La legge offre strumenti che, se ben applicati, possono realmente cambiare le cose. Il problema, però, è a monte: è culturale. Serve formazione continua e diffusa per tutti gli operatori e le operatrici del sistema antiviolenza, prima di tutto per superare pregiudizi che sottendono una visione patriarcale.
Rete
Servono sinergie, collaborazione concreta e coordinata tra Centri Antiviolenza, Tribunali, Servizi Sociali, Forze dell’Ordine, scuole, sanità.
Posizione
La terza prospettiva è una proposta politica. È la decisione di assumere una posizione. Non si può restare neutrali davanti alla violenza. Chi si colloca nel mezzo, spesso in nome di un’idea astratta di imparzialità, finisce per rafforzare la posizione già dominante. Dobbiamo uscire dalla logica della neutralità: perché scegliere di non scegliere, in questi casi, significa lasciare che le disuguaglianze si riproducano. E i diritti vengano calpestati.
Cosa significa ascolto per CADMI – Cristina Carelli, Coordinatrice generale CADMI