1. VITTIMIZZAZIONE SECONDARIA, DI COSA SI TRATTA?

Ce la raccontano continuamente le donne che accogliamo e la viviamo noi stesse operatrici, in prima persona, perché colpisce le donne che si trovano nel difficile percorso di uscita dalla violenza, ma anche chi è al loro fianco mettendo argini alla violenza, come il Centro Antiviolenza.

LA VITTIMIZZAZIONE SECONDARIA

Nei percorsi istituzionali, cioè quelli in cui sono coinvolti organi della pubblica amministrazione, accade spesso che siano negati o non riconosciuti i presupposti della violenza, che si metta in discussione la parola della donna, che le sue scelte di vita siano giudicate: tutte azioni che hanno come risultato quello di colpevolizzarla per la violenza subita, trasmettendo al maltrattante un senso di impunità. Spesso vengono assunti provvedimenti che impongono alla donna scelte fatte da altri. Si sviluppano così meccanismi di controllo e prescrizioni che la rendono un soggetto da tutelare, di fatto impedendole scelte autonome e libere.

La nostra Associazione esiste dal 1986 e in questi decenni ha contribuito a un significativo cambiamento nella società. Allora nessuno parlava di violenza, il fenomeno era sommerso e chi si poneva al fianco delle donne per aiutarle erano solo altre donne, attraverso la pratica della relazione. Il contrasto alla violenza era sul nascere, poco strutturato, ma proprio per questo anche le aspettative erano minori.

Oggi si è creato un paradosso. La violenza di genere sembra sulla bocca e sulla tastiera di tutti, se ne discute sui social, ne parlano i giornali; gli impegni e le promesse, anche da parte delle Istituzioni, si moltiplicano, e la comunicazione ingenera nuove speranze.
Ecco perché, quando una donna si trova di fronte a un carabiniere scettico, quando in un Tribunale si sente chiedere “perché non se ne è andata prima?”, quando un giornale titola “Lui era un bravo ragazzo” o un qualsiasi utente sui social commenta “Ma cosa ci faceva in giro a quell’ora vestita così?”, l’impatto con una realtà radicalmente diversa dai discorsi formali è ancora più drammatico.

E lo stesso vale per noi, ogni volta che, per esempio, portiamo la situazione di una donna madre all’attenzione di un servizio sociale e la vediamo giudicata come genitore, equiparata al padre maltrattante, oppure verifichiamo che una denuncia non è stata accolta e la donna viene invitata a pensarci bene.

COME AGISCE LA VITTIMIZZAZIONE SECONDARIA?

La donna è accusata di strumentalizzazione
Si suppone che abbia degli obiettivi non dichiarati
La si accusa di mettersi nel ruolo di vittima
Viene stigmatizzata
Si nega il trauma subito
Il maltrattamento viene minimizzato e derubricato (per esempio a lesioni)
La donna si trova a denunciare in luoghi che non le garantiscono privacy
Non viene valutato il rischio collegato alla violenza
La difficoltà a uscire dalla violenza viene attribuita a cause sbagliate (dipendenza affettiva, fattori personologici), e non agli effetti e alle dinamiche stesse della violenza.

Un caso emblematico
Il 17 settembre 2024 un uomo viene assolto in appello dall’accusa di violenza sessuale nei confronti di una donna, perché quest’ultima aveva reagito alla molestia dopo 20 secondi.
Tale sentenza di assoluzione è un segnale allarmante sulla percezione della violenza e del consenso.
L’assoluzione si fonda su argomenti che, in un certo senso, aderiscono all’idea di una sessualità maschile come naturalmente predatoria. Si sostiene, infatti, che non ci sia stata minaccia, che la donna non fosse in una posizione di subalternità e che non abbia manifestato esplicito dissenso nei primi 20-30 secondi dell’aggressione. Inoltre, si minimizza la violenza con l’argomento che l’uomo fosse “di stazza assolutamente normale”, quindi la donna avrebbe potuto, secondo la logica del tribunale, facilmente scappare.
Ma cosa stiamo dicendo alle donne con questa sentenza? Che la violenza sessuale non è tale se non avviene sotto minaccia esplicita? Che un comportamento equivoco ma evidentemente indirizzato al sesso non è violenza, perché la donna non ha reagito immediatamente?
Il concetto di “toccamenti repentini” come non violenti contraddice il principio fondamentale del consenso, che deve essere chiaro, senza ambiguità.
Ancora una volta, viene scaricata sulle donne la responsabilità di difendersi prontamente e di dimostrare chiaramente la propria resistenza. Serve una riflessione urgente sul concetto di consenso e sull’approccio delle istituzioni giudiziarie ai casi di violenza sessuale.

Le istituzioni non solo vengono meno alle loro stesse promesse di tutela e giustizia per la donna, ma spesso rincarano la dose agendo su di lei una violenza ulteriore.

Cosa produce tutto questo?
Da una parte demotiva la donna, dall’altra dà forza al maltrattante. Non aveva forse ragione lui quando diceva, per esempio, “tanto nessuno ti crederà”?
Inoltre, attribuendo alla donna la responsabilità della violenza in cui si trova, l’istituzione produce la sua vittimizzazione e allo stesso tempo conferma il vittimismo del maltrattante. Quante volte le donne ci hanno raccontato di essersi sentite dire frasi come “è un litigio in famiglia, non gli vorrà mica rovinare la vita per questo?”.

Con queste caratteristiche, la vittimizzazione secondaria la troviamo ovunque: nel sistema giudiziario, nei servizi sociali, nella sanità, nei media e nella società intera.

2. QUANDO LA PROTEZIONE DIVENTA VITTIMIZZAZIONE SECONDARIA

Quali risposte ricevono le donne che si trovano in una situazione di violenza, quando chiedono aiuto? Continuamente e da più parti arriva l’esortazione a denunciare, come la ricetta in grado di metterle al sicuro. Nessuno racconta mai cosa succede dopo, però.

A. Il sistema

Dopo, le donne scoprono di essere entrate in un meccanismo: un sistema governato dalle istituzioni che, per le caratteristiche con cui si presenta e gli obiettivi che dichiara, genera delle aspettative che spesso non è in grado di soddisfare. In questo sistema le donne si trovano ad affrontare una serie di passaggi più o meno obbligati dove rischiano di rimanere ingabbiate in dinamiche che finiscono per far loro pagare un prezzo eccessivo, per la mancanza di soluzioni adeguate.

Il primo problema è la valutazione del rischio: troppo spesso questo viene sottostimato a una prima analisi e quindi neppure monitorato successivamente, ignorando che il pericolo aumenta man mano che il violento capisce che la donna non tornerà indietro, come spesso spera e come in precedenza avveniva, e che lui avrà conseguenze dalla denuncia.

Quando le donne denunciano e quando esprimono la loro volontà di allontanarsi dal violento: quello è il momento di maggiore pericolo. Le istituzioni sembrano non considerarlo e pensare, al contrario, che la denuncia sia un passaggio, oltre che indispensabile, anche liberatorio dalla violenza.

B. I dispositivi

Se la valutazione del rischio è elevata, l’ordinamento giuridico prevede misure specifiche nei confronti dell’autore della violenza, che non sempre sono efficaci come necessiterebbe.

Queste misure non vengono applicate con frequenza e quando sono concesse non garantiscono completa sicurezza alle donne. La sorella di una donna, uccisa dall’ex marito dopo che lo aveva denunciato e a questi era stato imposto il braccialetto elettronico, ha detto che “viveva nel terrore”.

IL BRACCIALETTO ELETTRONICO

Unitamente alle misure, diverse dalla custodia cautelare in carcere, che l’ordinamento giuridico prevede – come  l’allontanamento dalla casa familiare, il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, gli arresti domiciliari (in luogo diverso dalla casa familiare) – è prevista la possibilità di applicare le procedure di controllo mediante mezzi elettronici (come il braccialetto elettronico).

Questo dispositivo, in grado di monitorare i movimenti di una persona a distanza grazie al tracciamento Gps, viene utilizzato sempre più frequentemente. Il braccialetto viene applicato a chi è agli arresti domiciliari o ha il divieto di avvicinamento, mentre alla potenziale vittima viene affidato un applicativo che riceve il segnale se la persona si avvicina.

C. La protezione

Quando il pericolo è elevato, nella maggioranza dei casi sono le donne – e non i maltrattanti – a essere costrette ad allontanarsi: una scelta forzata e molto lontana dai desideri e dalle necessità loro e dei loro figli. È la libertà delle donne che viene limitata, sono loro a dover lasciare il lavoro e a essere giudicate come madri se entrano in Comunità, è la loro quotidianità, già duramente minata dalla violenza, che viene compromessa. Intanto, la vita di colui che ha agito la violenza continua pressoché come prima…

Se le regole della protezione non sono condivise con le donne ma imposte, è su di loro che si esercita un potere, e non sul violento. È un potere che non tiene conto del loro diritto di vivere libere dalla violenza e di vedersi riconosciuta la condizione che hanno subito per molto tempo. Il sistema finisce così per trasmettere alla donna che ha vissuto violenza un senso di inadeguatezza e di incapacità. Si replica in questo modo un sistema patriarcale a cui la donna si è ribellata. Un sistema che rischia di vittimizzare di nuovo la donna che, dopo avere vissuto la violenza all’interno della relazione, si trova a subirla una seconda volta, e proprio da parte di chi dovrebbe dare strumenti di protezione.

LA MESSA IN PROTEZIONE PUBBLICA ATTRAVERSO COMUNITA’

In situazioni di grave rischio, le donne vengono collocate in Comunità, lontano dagli autori della violenza: case o strutture a indirizzo segreto, che possono imporre regole a volte anche molto limitanti. Quasi sempre devono lasciare il lavoro, almeno temporaneamente, perché il maltrattante ne conosce l’indirizzo. Alcune strutture limitano l’uso del telefono personale o chiedono alle donne di non uscire se non sono accompagnate. In presenza di figli minori, la situazione può complicarsi: anche i bambini vengono sradicati, non possono frequentare la scuola, si trovano lontani dagli amici, e le loro madri vengono osservate e valutate nelle loro capacità genitoriali.

D. La risposta dei centri antiviolenza

Come operatrici di un centro antiviolenza conosciamo bene la rabbia e la frustrazione che il meccanismo della protezione può suscitare nelle donne, perché sono sentimenti che condividiamo.

Negli anni, la pratica di affiancamento delle donne ci ha consentito di riconoscere questa forma di violenza secondaria da parte delle istituzioni. Riconoscendola e guardandola insieme alle donne cerchiamo di contrastarla affinché non divenga paralizzante come lo è stata la violenza già subita.

Per questo rivolgersi al centro antiviolenza può fare davvero la differenza. Qui, oltre all’ascolto e all’accoglienza, una donna che porta la sua storia di violenza trova altre donne che le credono, non la giudicano e sono in grado di restituirle forza e, grazie alla loro esperienza, di sostenerla concretamente lungo tutto il suo percorso, fornendole gli strumenti e le informazioni di cui ha bisogno per fare le scelte migliori per il suo futuro, prevedendo insieme gli ostacoli che potrebbe incontrare.

Affiancata dal centro, potrà superare il senso di isolamento e annullamento già provato nella violenza vissuta e affrontare con maggiore efficacia i passaggi che si troverà davanti, sia che abbia scelto di denunciare, sia che non lo voglia fare, e in qualsiasi circostanza si trovi.

LA VIOLENZA GENERA SOSPETTO VERSO CHI LA SUBISCE

Dietro alle dinamiche che emergono nel sistema di protezione possiamo vedere in azione un pregiudizio. Se la donna si trova in una situazione di violenza, non avrà qualcosa che non va? Ha fatto tutto quello che avrebbe potuto per uscirne? Ha protetto sufficientemente i suoi figli?

Parallelamente, c’è l’idea che se una donna ha vissuto violenza non si sappia tutelare. E allora se non ti sai proteggere da sola, mi sostituisco a te e ti proteggo io, insieme ai tuoi figli.

Il permanere di queste convinzioni nel ‘sistema antiviolenza’ dimostra che al suo interno non è stato fatto un lavoro di informazione e formazione sufficiente. L’edificio è cresciuto a dismisura, ma nasce sulla sabbia, perché si è strutturato sulle stesse fondamenta culturali patriarcali su cui poggia il fenomeno della violenza maschile alle donne.

Senza una formazione specifica di tutti i soggetti che ne fanno parte (magistrati, avvocati, ausiliari del giudice, forze dell’ordine, servizi sociali), il sistema di “protezione” finisce per confermare il modello stesso che dovrebbe scardinare.

Eppure, un modello alternativo, quello che mette la donna al centro, che crede nella condivisione delle scelte che riguardano la sua protezione e nella personalizzazione di ogni passaggio del suo percorso, e che vede la libertà come orizzonte, esiste da anni, ed è quello proposto dai centri antiviolenza.

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